Thomas Wolfe e l’epopea fallita

Tra i romanzieri americani del Novecento, Thomas Wolfe (1900-1938), nativo di Asheville nella Carolina del Nord, è, con William Faulkner, quello nella cui opera la “retorica”, nel senso più comunemente accettato della parola, esplode con potenza pressoché inaudita. Mentre nel Wolfe si tratta però d’uno smodato lirismo, che lo porta a effusioni cui egli non sembra in grado d’imporre regola né misura, nel Faulkner si tratta invece di concitazione epica, travasata in forme delle quali, almeno nelle linee essenziali, l’autore è perfettamente, e perfino “perfidamente”, consapevole, nel senso – secondo il significato della corrispondente parola inglese – che sembra egli si compiaccia delle difficoltà che propone e impone al lettore, e quasi goda di moltiplicarle e variarle in ogni modo.

L’opera del Wolfe si articola in quattro torrenziali romanzi autobiografici: Look Homeward, Angel (1929: Guarda verso la tua casa, angelo), il titolo del quale è derivato da un verso del Lycidas di John Milton; Of Time and the River (1935: Del tempo e del fiume); e i postumi The Web and the Rock (1939: La ragnatela e la roccia) e You Can’t Go Home Again (1940: A casa non si torna). Sebbene il protagonista dei primi due abbia un nome – Eugene Gant – e quello dei due ultimi un altro – George Webber – l’identificazione di entrambi con l’autore, e il conseguente straripante autobiografismo dell’opera sono evidenti. Attraverso esperienze d’adolescenza e di prima giovinezza – universitarie, letterarie, amorose, europee – tutte egualmente deludenti, non meno che l’amicizia per un compagno di studi e di peregrinazioni che si rivela alla fine un omosessuale, si tratta del progressivo stringersi intorno al protagonista della “rete” (web), che non tanto è la serie di disfatte cui egli va incontro, quanto l’incapacità di sottrarsi agli influssi nefasti di consuetudini e pseudoaspirazioni che gli inibiscono di aprirsi la via verso una qualche fede. Quando – You Can’t Go Home Again – egli s’accorge che la “roccia” s’identifica con la “casa” lontana, e con tutto ciò che la poderosa figura del padre aveva rappresentato per lui bambino, è ormai troppo tardi per mettervi radici.

La fluviale tetralogia del Wolfe non sembra conoscere argini, ed è, soprattutto, quanto mai ineguale nel tono, ora sobriamente descrittivo, non di rado assurdamente verboso, e altrove così intensamente lirico da aver suggerito – non importa quanto opportunamente – la compilazione d’una scelta antologica nella quale i passi più lirici e ritmati sono state sciolti nei loro elementi prosodici e presentati in forma di versi.

È evidente che mancò al Wolfe il dono della sintesi: il suo mondo rimane frammentario, diviso; le esplosioni liriche inserite in prima persona nel contesto del racconto oggettivo che ha per protagonista, in terza persona, Eugene Gant, sono prova che il Wolfe aveva coscienza di non saper trasferire nella narrazione i valori poetici che ne costituiscono la premessa creativa. Di qui l’inevitabile conseguenza che, di lui, a galleggiare sulle acque della sua prorompente alluvione, non rimangono ormai altro che alcuni splendidi frammenti, semisommersi tra le correnti limacciose d’una fallita epopea.

Completano il quadro umano le Letters to His Mother (Lettere alla madre, 1943), e quello letterario – quasi a confermare la tradizione secondo la quale ogni narratore americano di qualche rilievo, dal Cooper in poi, si è studiato di dichiarare per iscritto la propria “poetica” – The Story of a Novel (1936: Storia d’un romanzo).

Wolfe, i dolori del giovane Eugene