Paul Laurence Dunbar, padre della poesia negro-americana

Paul Laurence Dunbar (1872-1906) è il primo scrittore negro il quale sia entrato a far parte della letteratura americana con tutti gli onori, ignorato soltanto da quegli storiografi – purtroppo ve ne sono – i quali non si sentono di superare la barriera del “colore”.

Molti americani gradi­rebbero che si tralasciasse ogni distinzione: la guerra civile pose fine alla schiavitù, i negri sono oggi cittadini degli Stati Uniti come tutti gli altri, non v’è dunque motivo di segnalare quale sia il colore della pelle di determinati scrittori. A parte il fatto che proprio Dunbar stesso ha espresso la sua opinione in proposito, mostrando di pensare che alcuni aspetti dei tempi nuovi possono perfino far ricordare con una certa nostalgia quelli passati, la distinzione si giustifica e impone per il fatto innegabile che la poesia degli autori negri ha un suo carattere particolare, ed è scritta in un particolare dialetto. Che essa sia in massima parte una letteratura di dolo­rosa e spesso violenta protesta contro le discriminazioni purtroppo ancora in atto, almeno in alcune parti degli Stati Uniti, nei confronti dei negri, conferma la logicità d’una distinzione, la quale, prima ancora che nelle parole, è nei fatti. In verità, in un’antologia nella quale scrittori “negri” e “bianchi” venissero inclusi alla rinfusa, non vi sarebbe davvero bisogno d’indicare, poniamo, con un asterisco, i “negri”: la caratteristica semplicità dell’espressione, il frequente uso del dialetto e, più che tutto, i temi trattati, parlerebbero da sé.

È doveroso aggiungere che le cose non andarono sempre così: i primi poeti negri, quali Jupiter Hammon (1720?-1800?) e Phillis Wheatly (1735?-1784) imitarono la classicheggiante poesia inglese del tempo, ma era anche quello un modo di essere schiavi. Con l’evolversi dei tempi e delle idee, i negri rivendicarono ed espressero il loro patrimonio etnico originario, il quale destò l’attenzione anche dei bianchi, come provano l’opera di Joel Chandler Harris, e le raccolte di canti popolari negri, che si sono andate moltiplicando dal 1867 in poi.

La poesia di Paul Laurence Dunbar, grande ammiratore di Robert Burns, rappresenta una fase intermedia. In questi ultimi anni sono cominciate ad apparire opere di scrittori negri i quali non disdegnano di seguire i bianchi nelle loro complicate alchimie verbali; ma si tratta di casi ancora sporadici.

La produzione di Dunbar in puro inglese è imitativa e di scarsa importanza; non così la sua produzione in dialetto, tanto in versi che in prosa, nella quale i toni malinconici e quelli umoristici si alternano in un quadro d’insieme al tempo stesso patetico e realistico. Le sue liriche migliori vennero pubblicate nel 1896, con il titolo di Lyrics of Lowly Life (Liriche della vita umile), ricavate da due precedenti raccolte, Oak and Ivy (1893: Quercia e edera) e Majors and Minors (1895: Maggiori e minori), la prima delle quali Dunbar vendette di persona ai clienti dell’albergo dove faceva il ragazzo d’ascensore. Dunbar fu anche autore di alcuni romanzi, il migliore dei quali ha il titolo rivelatore di The Sport of the Gods (1902: Lo spasso degli dèi), e di alcuni volumi di racconti, in particolare In Old Plantation Days (1903: Ai vecchi tempi delle piantagioni), il quale esprime sin dal titolo il rimpianto, cui alludemmo più sopra, dei tempi precedenti alla guerra civile. Ciò che distingue Dunbar dai molti scrittori negri che vennero dopo di lui, è un atteggiamento il quale, pur rivelando il rovello comune a tutti i negri d’America, si mantiene tuttavia sul piano dell’espressione poetica, senza sconfinare nella predicazione, o in esplosioni di proteste, sacrosante, ma che non si possono serenamente considerare poesia.