Mark Twain l’attaccabrighe

Ironico e stizzoso, eccentrico e comico, profeta arrabbiato. Mark Twain finalmente libero, a cento anni dalla morte, di esprimersi senza condizionamenti. Un Twain molto attuale, critico verso il suo Paese, pieno di osservazioni così aspre sull’ «American Life» che non solo l’autore, ma anche gli editori e gli eredi giudicarono pericolose per la reputazione dello scrittore se pubblicate. Non si doveva minare in vita il piedistallo costruitogli dalla critica e non smentire la reverenza di un’opinione pubblica che vedeva in lui la quintessenza dell’americanismo del tempo: la fiducia nell’avvenire, lo strenuo ottimismo, la competizione e la ricchezza individuale in un contesto sociale di innocenza puritana.

Queste caratteristiche appaiono invece superate nella monumentale autobiografia, graffiante, crudele, non di rado offensiva, dettata a uno stenografo e non scritta, custodita per un secolo su sua disposizione nel caveau della University of California (Berkeley) e prossima a essere pubblicata. Così né lo scrittore, né i suoi eredi, una figlia e una nipote anch’esse morte, né i bersagli della sua satira, tutti passati a miglior vita, potranno avere la misura della sua doppia personalità. Una legata ai romanzi e ai personaggi della sua fantasia, da Tom Sawyer a Huckleberry Finn, a Wilson lo zuccone, a Hadleyburh. E una nascosta, repressa, affidata all’autobiografia, e meglio corrispondente al suo irascibile, arrogante, insolente, intrattabile carattere.

I cento anni dalla morte sono caduti il 21 aprile di quest’anno. Il che ha consentito ai curatori della Mark Twain Papers and Project Foundation di aprire la cassaforte e di annunciare la pubblicazione dei tre volumi (500 mila parole) per il prossimo novembre. Una parte di quell’autobiografia, la meno cattiva, era già uscita sui giornali e le riviste specializzate. Quattro anni prima di andarsene, all’età di 74 anni, lo stesso Mark Twain (il suo nome d’arte significava nel gergo marinaro dell’Ottocento “marca due”, vale a dire una profondità di due tese) aveva dettato le sue condizioni agli editori, dicendosi d’accordo a pubblicare la sua autobiografia ma raccomandandosi che le espressioni più crude venissero lasciate fuori dalle prime quattro edizioni. «Tra un secolo – scrisse – ci sarà un mercato per questo genere di “articoli”. Non c’è fretta».

Il New York Times ne ha anticipato stralci. Non sopportava i suoi colleghi scrittori, in particolare Bret Harte, Henry James, George Eliot. Li trovava convenzionali. E così i critici letterari. Aveva una pessima opinione dei deputati del Congresso e dei «plutocrati di Wall Street» che miravano a «distruggere l’innata generosità del popolo americano e a sostituirla con l’avidità e l’egoismo». Attaccava la politica imperialistica dei governi americani, i loro interventi militari a Cuba e nelle Filippine, le stragi di «assassini in uniforme» e la carriera «mefitica» di un certo generale Leonard Wood. Definiva il patriottismo «l’ultimo rifugio degli imbroglioni».

Sorprendente anche per chi credeva di conoscerlo bene il suo scetticismo in materia di fede. Condannava le missioni religiose in Africa. Che ci vanno a fare laggiù i missionari – scriveva – c’è tanto da fare in casa nostra. Perché non vanno piuttosto a convertire quelli del sud degli Stati Uniti, dove ancora avvengono i linciaggi?

Forti le critiche al presidente Theodore Roosevelt. Se la prendeva anche con personaggi ormai dimenticati come i suoi avvocati, i suoi editori, l’inventore di una specie di macchina da scrivere che lo aveva fatto ammattire e fu particolarmente duro nei riguardi di una contessa fiorentina nella cui villa Mark Twain e famiglia vissero durante il soggiorno italiano del 1904.

Costei era «Eccitabile, maliziosa e maligna, vendicativa, inesorabile, egoista, cattiva, avara, spilorcia, taccagna, grezza, volgare, profana, oscena, gradassa ma vigliacca di cuore». Probabilmente gli eredi della nobildonna non gradiranno.

Nell’inedito di Mark Twain un soliloquio di Adamo nella New York di inizio ’900