Marilyn: la sua storia

Se molti dei misteri che riguardano la morte in circostanze inspiegabili di Mari­lyn Monroe risultano ancora oggi indecifra­bili alcuni dei segreti della sua vi­ta ci vengono svelati all’interno di un’autobiografia intitolata La mia storia che viene per la prima volta pubblicata in Italia (222 pagine, ca­sa editrice Donzelli). Si tratta di un testo affascinante non solo per il racconto che, in prima per­sona, Marilyn Monroe fa della sua vita ma anche per le 47 foto esclusive realizzate, tra il 1953 e il 1957, dal fotografo Milton H. Greene che la corredano.

Era il 1954 quando l’agente di Marilyn, Charles Feldman, contattò il celeberrimo sceneggiatore Ben Hecht perché facesse da ghost writer alla sua star e ne scrivesse l’autobiografia. Hecht accettò e per alcune settimane si sedette allo stesso tavolo con la donna più desiderata dagli americani (e non solo) per ascoltare i dettagli sulla sua infanzia e sulla sua vita da diva. La ragazza si sfogò come in un confessionale, parlò della sua infanzia difficile, delle sue paure, delle difficoltà di vestire i panni soffocanti dell’icona, dell’impossibilità a non farlo. Hecht prendeva appunti preziosi, seduta dopo seduta intesseva quella che sarebbe potuta diventare un’opera letteraria in piena regola. In seguito lo sceneggiatore di Notorius, Ombre Rosse, Io ti salverò e Cime tempestose avrebbe sostenuto che anche in quei momenti di confessione Marilyn non riusciva ad uscire del tutto dal personaggio, infarcendo la storia di aneddoti poco credibili, come se stesse scrivendo il copione del suo prossimo film. Nonostante ciò, Hecht scrisse che l’attrice stessa faceva da macchina della verità, perché quando svelava come erano andate davvero le cose piangeva sempre.

Al momento di pubblicare l’autobiografia, qualcosa andò storto. Né Marilyn né il suo ghost writer vollero assumersi la paternità dello scritto. Vuoi per i dettagli sul matrimonio con Joe Di Maggio, vuoi per le minacce di cause legali milionarie, vuoi per il rapporto burrascoso tra Hecht e il suo agente, il volume rimase inedito negli USA fino al 1974 (ma i racconti autobiografici di Marilyn, non si sa come, vennero prima pubblicati a puntate sul London Empire News), e solo nel 2000 uscì con la firma del suo vero autore (non si sa esattamente a chi siano andati i diritti d’autore, visto che Hecht era morto nel 1964).

A prendere in mano oggi le pagine de La mia storia i lettori resteranno stupiti e affascinati dalla incredibile capacità narrati­va di Hecht messa al servizio di una storia dai risvolti romantici e allo stesso tempo inquietanti. La crescita infatti della giovane Nor­ma Jean Baker (vero nome della Monroe) subì più di un evento traumatico: a partire dal fatto che sua madre Gladys Pearl Monroe (che lavorava come montatrice ad Hollywood) per sette anni la dette in affido alla fa­miglia di Wayne e Ida Bolender non ritenendosi all’altezza di educare la bimba, visto che in passato il suo primo marito John Newton Baker era stato capace letteralmente di rapirle i due figli avuti dalla loro relazione. E su chi fosse il suo reale padre la Monroe costruisce alcune delle pagine più sognanti dell’opera, mentre la descrizione della follia della madre e dei maltrattamen­ti da lei subiti durante i vari affidi avuti nel tempo costituiscono al­cune di quelle più drammatiche dell’opera. La Monroe sottoli­nea continuamente la sua ricer­ca di­ affetto e il desiderio di vede­re riconosciuta la propria identi­tà, racconta lucidamente lo stupro subito da parte del misterioso Mr. Kimmell e parla anche della sco­perta del proprio corpo, dei sentimenti di af­fe­tto nei confronti dei propri coe­tanei, della magia dei suoi sorrisi destinati a far girare la testa a tut­ti. I lettori assistono così, poco al­la volta, alla metamorfosi di Norma Jean in Marilyn Monroe. Il racconto termina con il tour in Corea in visita alle truppe americane.

«Io non sapevo niente di recitazione. […] Di­cevo che speravo di mantener­mi facendo la modella… Ma in me c’era questo segreto: recita­re. Era come essere in prigione e guardare una porta su cui c’è scritto “Uscita”… Pensavo che tutti gli attori e le attrici fossero ge­ni seduti sulla veranda del Paradiso: il cinema». Così Marilyn racconta nel det­taglio l’aprirsi delle porte di quel mondo, di cui voleva disperatamente far parte («Se non avessi combattuto sarei diventata una merce da svendere sul carrello della spesa del cinema»), non meno cinico di quello che aveva conosciuto da bambina, ma verso il quale nutriva comunque una benevola comprensione. In fondo consapevole che dietro il volto patinato di Hollywood si nascondeva una tragica fragilità, la stessa che c’era in lei, dietro la bellezza accecante che l’ha resa famosa.

Oggetto perenne di attrazione maschile e “paura sessuale femminile” («Ho avuto sem­pre una specie di talento nell’irri­tare le donne fin dall’età di quat­tordici anni») la Monroe fa nel corso del racconto una inquietante autoprofezia: «Avevo qualcosa di speciale e sapevo cos’era. Ero il tipo di ragazza che trovano morta in una camera da letto con un flacone vuoto di sonniferi in mano».

In autunno arriverà una raccolta di inediti della Monroe, che uscirà per Feltrinelli. Il libro, di oltre 250 pagine, comprende una serie di poesie, lettere, frammenti di diario e appunti dell’attrice, molti dei quali scritti a mano e riprodotti nel volume.