Maestra d’emancipazione

Elisabetta Rasy per Il Sole 24 Ore

Via Grazia Deledda a Roma si trova in una parte periferica della città, tra Monte Sacro Alto e la Bufalotta, una collocazione toponomastica ingenerosa verso una scrittrice che aveva scelto di vivere nella capitale perché la considerava la città dell’avvenire e che, soprattutto, da Roma sarebbe partita nel dicembre 1916 per ricevere, prima donna italiana a cui veniva riservato tale onore, il Premio Nobel per la letteratura. Prima e sola: sono passati esattamente ottant’anni ma l’unico altro Nobel femminile italiano è stato quello di Rita Levi-Montalcini per la medicina. Nessuna altra scrittrice italiana ha avuto accesso alla famosa sala di Stoccolma, dove lei si presentò vestita modestamente di scuro, il marito al fianco, non rivolgendo ai prestigiosi giurati, al re di Svezia e a tutte le autorità un lungo discorso ma, come lei stessa spiegò, «l’augurio che i vecchi pastori di Sardegna rivolgevano ai loro amici e parenti: Salute!». Poteva sembrare una prova di modestia, ma non lo era affatto. (continua)