Leopardi viaggiatore. Acido e nostalgico

Chi avesse in mente il Leopardi scolastico stenterebbe a credere che il recluso di Recanati ha fatto il gran giro dell’Italia. Sì, perché Leopardi ha viaggiato per buona parte della penisola sostando in quelle città che, con l’eccezione di Venezia, costituivano le stazioni dei viaggiatori, da Goethe a Stendhal. Talora di queste città ci ha restituito prospettive originali, per non dire dei paesaggi recuperati con una lucidità sorprendente.

La “piana di Spoleto” che soleva percorrere “in legno”, andando da Recanati a Roma, gli torna alla memoria anni dopo come una visione ariostesca. E poi Roma salutata, come tutti i viaggiatori, all’apparire della cupola di San Pietro: «La cupola l’ho veduta io, colla mia corta vita, a cinque miglia di distanza», scrive alla sorella Paolina. Ma Roma gli rimane estranea per l’immensità dei palazzi e per i tanti «spazi gufati fra gli uomini». Con efficacia visionaria, la città gli sembra un’immensa scacchiera nella quale si è costretti a muoversi come pedine troppo piccole. E lui è Gulliver nel paese dei giganti, inguaribilmente fuori scala, anche se nella grandiosità della scala gioca la suggestione dell’antico.

Al contrario, Firenze gli si presenta come una «sporchissima e fetidissima città». Un’espressione che stupisce, quando si pensa all’estasi di Henry James dinanzi alla sua inconfondibile luce gialla. Ma il Leopardi che si reca a casa Vieusseux è un animale lucifugo, che percorre i vicoli tangenti il Mercato Vecchio senza alzare lo sguardo dalle lordure che li infettano. Come non ricordare quel suo lamentarsi della «debolezza de’ nervi degli occhi e della testa la quale mi obbliga a un ozio più triste assai della morte»? Una morte che a Firenze sembra acquattarsi furtiva dietro l’angolo.

E’ poi è la volta di Bologna della quale Leopardi parla diffusamente quando si trova a Milano, quasi ad esorcizzare l’estraneità di quest’ultima. La misura di Bologna e l’atmosfera di calda umanità che si vi respira costituiscono l’elogio del borgo in opposizione allo spaesamento della città, dove la gente ignora quella «bontà di cuore che a Bologna si trova effettivamente». Nell’elogio della città emiliana, Leopardi lascia trasparire la nostalgia per un altrove desiderato già nel momento dell’abbandono: «In certe passeggiate solitarie che vo facendo in queste campagne bellissime, non cerco altro che rimembranza di Recanati».

Solo a Pisa, «misto di città grande e di città piccola», Leopardi si sente a suo agio, perché è attratto da una realtà urbana che non distrae e allo stesso tempo non opprime. Ma quando pensiamo ad una sosta finalmente serena, ci accorgiamo che per Leopardi Pisa è il luogo dove ambientare la dolente topografia delle illusioni. Un luogo della finzione, dunque, dove per breve tempo hanno avuto tregua il senso di spaesamento e quello dell’esilio, ma dove sarebbe stato impossibile fermarsi per sempre o ritornare.

Il poeta e il donnaiolo, la stranissima coppia

Quelle melodie rossiniane sulle quali Leopardi amava “lagrimare”