Il perfezionismo dell’Ottocento

Le realtà delle fattezze umane come anche del paesaggio e della stessa “natura morta” erano nelle scuole pittoriche italiane in paragone con l’Europa settentrionale assai fittizie.

In ogni città della penisola continuarono la loro attività artisti e scultori, disegnatori e incisori. Il loro numero fu anzi assai alto, ma il cammino apparve rivolto ad una inestinguibile dominio del passato.

Quando si parla della pittura italiana del primo 800, nelle diverse regioni della penisola, è inevitabile assistere infatti in modi diversi ad una diffusa e pervicace volontà di curare una esecuzione di alta e assoluta perfezione. Solo lo scultore Antonio Canova è riuscito a infondere nelle sue opere straordinarie una bellezza che ci appare insieme di ispirazione antica e di moderna espressività. Del resto, la stessa tradizione delle Accademie più famose – da Milano a Firenze, da Roma a Bologna oppure a Venezia – sfiorava appunto un accademismo che illuminava solamente l’attenzione quasi perversa rivolta soprattutto al confronto con il passato. Ma si trattava di un confronto passivo.

Quando si pensa che un grandissimo artista come Camille Corot in questi anni durante il tempo dei suoi appassionati soggiorni, poggiava a terra il cavalletto sia in Toscana che soprattutto nella campagna romana e nella vallata della Nera, ci si sorprende sempre.

Soltanto dopo il 1861, i pochi artisti che si riunivano nel caffè Michelangelo di Firenze mostrarono, anche per la qualità dell’informazione filtrata da Parigi per il tramite degli scritti e delle lettere del critico Diego Martelli, di trovare in sostanza la forza di dimettere l’accanimento della forma e cioè del disegno, e di affrontare la struttura delle “macchie” cromatiche equilibrate nella luminosità dell’assetto tonale.

C’è un grande artista che attraversa in modo insieme esemplare e tuttavia controverso l’intero secolo XIX, e che risponde al nome del veneziano Hayez. La sua attività di impianto fortemente storico e mediovaleggiante, quanto a contenuti, si associa anche a veri capolavori rivolti soprattutto alla ritrattistica. Hayez, allievo di un’Accademia presieduta da un ormai moderno scrittore storico dell’arte, quale Leopoldo Cicognara, dopo aver toccato la Roma napoleonica ed essere rientrato a Venezia, passò poi all’Accademia milanese di Brera. Già l’anno successivo alla sua morte, e cioè nel 1882, la celebrazione della sua scomparsa prese l’aspetto di una stentorea difesa dell’arte più rappresentativa del passato.

Il secondo Ottocento, fu perfino suggestivo nelle sue ricognizioni di paesaggio in Sicilia come a Napoli, oppure nelle mani abilissime di un vedutista come Ippolito Caffi, capace di far risorgere le glorie della grandissima “veduta” veneziana del XVIII secolo, liberò artisti grandi come il piemontese Reycend, oppure il milanese Gola. La Biennale di Venezia, inaugurata a fine secolo, nel 1895, vide trionfare nel gusto del pubblico un enorme dipinto del torinese Grosso che, all’unisono con D’Annunzio, celebrava nel pessimo gusto un ambiguo Trionfo della Morte appollaiata sul letto di una seducente e prosperosa femmina senza veli. L’artista più attuale nella sua meditata carriera, che si confrontò sul luogo anche con il “japonisme” che tanta fama aveva incontrato nella grande Parigi, appare sempre di più il reggiano Fontanesi. Presto trasferitosi a Torino, la capacità di elevare la sua meditazione sul paesaggio padano assedia i sentimenti e si direbbe anzi i sensi del vivere con emozioni di esaltante vicinanza al pensiero sulla natura. Egli fu del resto tra i pochi che non diede luogo al costante e talvolta anche un poco ambiguo celebrativismo risorgimentale.

Così i Macchiaioli ripulirono la pittura italiana dell’Ottocento