Gli ultimi versi dalla Siberia che gelarono lo stalinismo

Davide Brullo per Il Giornale

I cuscini erano una via di fuga, una riserva bibliografica. «I letti li avevano rivoltati da cima a fondo, ma i cuscini, chissà perché, non li avevano toccati…», ricorda Nadezda.

Siamo nel 1935, a Voronez, l’anno prima Osip Mandel’stam era stato arrestato dalla polizia politica. Tra le poesie sequestrate, la più scottante – l’unica che riuscissero a capire, in fondo – era l’epigramma antisovietico – questa la didascalia partorita dall’inquirente – Viviamo senza sentire sotto di noi il Paese, dove Stalin è «il montanaro del Cremlino» dalle «dita grasse come vermi», che «forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo» e per cui «ogni condanna a morte è una cuccagna». (continua)