Ferroni, l’artista-filosofo che dipingeva teoremi

Vittorio Sgarbi per Il Giornale

«Nel Realismo esistenziale – dagli anni ’50 fino ai ’60 – i riferimenti erano gli espressionisti tedeschi, la Nuova oggettività, le periferie di Sironi. Ciò che ci interessava da giovani era la denuncia, anche rabbiosa, di una società ingiusta, madre di situazioni sperequate. Sentivamo la voglia di fare qualcosa, di agire in maniera incisiva per un cambiamento positivo. Col tempo ci siamo arresi all’evidenza che la pittura e la cultura in genere – che pure registrano i sintomi di certe situazioni – non cambiano proprio niente. Questa situazione ha creato un linguaggio aggressivo, pungente, legato alla tradizione nata con gli espressionisti e continuata con Picasso. Picasso che – avendo vissuto noi in una dimensione di quasi totale emarginazione rispetto a quanto accadeva in Europa – conoscemmo peraltro solo in un secondo momento, negli anni del Dopoguerra. Poi, nella maturità, la scelta dei punti di riferimento è andata differenziandosi, spaziando dallo studio della luce di Vermeer alla costruttività compositiva della metafisica italiana, da Caravaggio fino a Cézanne e Morandi. Si tratta di retaggi importanti per tutti». (continua)