Fascismo, Dino Grandi esagerò il suo ruolo nella caduta del Duce

Paolo Mieli per Il Corriere della Sera

Tre mesi dopo il 25 luglio 1943, cioè quando erano trascorsi meno di cento giorni dalla defenestrazione di Benito Mussolini, il suo successore, Pietro Badoglio, parlando agli ufficiali pronunciò queste testuali parole: «Il fascismo non è stato rovesciato da noi, da sua maestà o da me; il fascismo è caduto non per forza esterna, ma per la sua crisi interna; non poteva resistere più… Lo hanno abbattuto gli stessi componenti del Gran Consiglio… che votarono, la sera del 24 luglio, a maggioranza contro Mussolini e ne segnarono la fine. Finalmente!». Il maresciallo Badoglio, in quell’occasione, raccontò solo una parte della verità, essendo stato poi accertato che dai vertici militari (i generali Vito Ambrosio, Giuseppe Castellano e il capo della polizia Carmine Senise, ad ogni evidenza non all’insaputa di Vittorio Emanuele III) furono precedentemente predisposti i piani per un colpo di Stato. Un golpe elaborato senza coinvolgere nessuno dei gerarchi del regime. E che — magari non in quel preciso istante — sarebbe scattato comunque. Ne è certo lo storico Emilio Gentile, come si evince dalle pagine iniziali del suo libro 25 luglio 1943, che sta per essere dato alle stampe da Laterza. (continua)

Ecco il vero racconto della caduta del Duce