Cassola, narratore del non-essere

Massimo Raffaeli per Il Corriere della Sera

Il destino degli autori a lungo ritenuti inattuali o persino anacronistici spesso è quello di ricomparire intatti al futuro anteriore e di essere, paradossalmente, coetanei dei figli di quanti li avevano a suo tempo rifiutati. Nonostante un consenso di pubblico che fra gli anni Cinquanta e Sessanta fu largo e generoso di riconoscimenti, Carlo Cassola venne bollato dal Gruppo 63 come una rediviva «Liala» e dunque venne liquidato come uno scrittore incapace tanto di mettere in pagina le trasformazioni della società italiana, nel trapasso fra la ricostruzione e il boom economico, quanto di recepire i risultati di quelle che allora si chiamavano le nuove scienze umane, vale a dire la psicoanalisi, l’antropologia e lo strutturalismo. (continua)

Un «bosco» all’avanguardia