Ricordatevi di Mel: il sangue, la fede e gli uomini nel cinema di Gibson

Giuseppe Grossi per Movieplayer

Pazzo e letale. È così che lo abbiamo conosciuto. Prima ruvido e inaridito tra le rovine del mondo (Interceptor), e poi schizzato, folle, affascinato dalla morte in uno dei polizieschi più belli di sempre (Arma letale). Dal matto Max al folle Mel il passo è breve. E lo stesso vale per l’agente Riggs. Perché, forse, quella scintilla di lucido squilibrio del poliziotto capace di buttarsi come se nulla fosse dalla cima di un palazzo, di scherzare sadicamente con un amico seduto su una bomba, di puntarsi una pistola sulla tempia con nonchalance era vera. Facile pensare questo di Mel Gibson, persona e personaggio che ha più volte vissuto e interpretato storie violente, esasperate, piene di gesti estremi. Difficile scindere l’uomo dall’attore, l’individuo dal regista, soprattutto quando l’agognato ritorno dietro la macchina da presa, dopo 11 anni di attesa, sembra essere a suo modo autobiografico, espiativo, catartico. Con La battaglia di Hacksaw Ridge, Gibson racconta la storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere una medaglia d’onore per aver salvato 75 soldati durante la Seconda Guerra mondiale. Il regista violento che celebra un ragazzo che non volle toccare arma, una filmografia impregnata di sangue e budella che torna sul campo di battaglia per celebrare l’addio ad ogni forma di violenza. La legge del contrappasso gibsoniana ha bisogno del sangue per nausearsi del sangue, necessita di tornare ad ammazzare per dare valore alla vita. Lo fa ancora mettendo ancora una volta un pesante fardello sulle spalle del protagonista, come aveva fatto sin dal suo esordio “lieve” (se confrontato col resto) con L’uomo senza volto, dove la violenza era invisibile, fatta di sospetti logoranti e dubbi dolorosi. (continua)